WOMEN’S QUEST di Massimo Balestrini

Dicembre 2009 / Marzo 2010 – Nuovi tasselli si aggiungono alla produzione di Massimo Balestrini. Tasselli sono del resto gli stralci figurativi che, come elementi di un meccanismo ad incastri, destina a far sì che ogni sua opera si componga come un quadro d’insieme dagli esiti insoliti ed inaspettati. E’ in questa maniera che vanno viste le sue creazioni, se vogliamo considerare che, di fronte ad esse, l’osservatore si trovi indotto a compiere, stavolta per necessità visive, un percorso conoscitivo inverso rispetto al solito, di analisi anziché di sintesi; con ciò si percepisce l’invito dell’artista ad intraprendere un cammino tutt’altro che scontato, o superficiale, nei meandri di un mondo parallelo, articolato in immagini e significati riposti; il quale, per il suo dipanarsi, non può essere circoscrivibile da poche parole riassuntive, fondandosi, per uno scelto gioco di rimandi – direi quasi un gioco di sponda – sull’espansione del messaggio. È invalsa da sempre la consuetudine di pensare che i canoni del linguaggio restino una prerogativa esclusiva della parola, non dell’immagine. All’opposto, i dipinti di Massimo Balestrini non chiedono semplicemente di essere osservati: essi vanno letti. Si compie sulle sue tele un interessante connubio tra significante e significato, tra contenente e contenuto, tra linguaggio figurato e raffigurazione, appunto, del linguaggio, attuati, oltre ogni banalità, con l’intuitiva proposta di fissare il lato più fuggevole ed evanescente del comporsi del processo comunicativo, quello della trasmissione del concetto; ciò di cui, per intenderci, la baraonda divulgativa nella quale ci troviamo immersi più si mostra carente, e che tanto affligge in questa latitanza sia il sociale sia l’individuo, minando alle fondamenta il motore stesso d’ogni espressività. L’immagine è eletta dunque da quest’artista a strumento d’indagine linguistica nel solco della conoscenza, limitandosi tuttavia agli strumenti propri degli odierni mezzi di persuasione propagandistica, ed avvalendosi del comune alveo semantico inerente tanto alla funzione fonetica quanto a quella iconica (così come, del resto, oggi le riscontriamo consolidate e amplificate dalle suggestioni massmediatiche). Di tale contesto l’artista ne esplora la singolare geografia di luoghi comuni, in un viaggio investigativo (che s’inoltra sovente nel sogno) fuori e dentro i confini dell’immaginario collettivo, compiuto ora a volo radente, ora indugiando in stallo di fronte alle atmosfere deliranti partorite dalle multiformi, nevrotiche devianze del progresso. Tutto questo discorso appare evidente dalla precedente produzione, culminante nel tema centrale dell’informazione e del suo legame col vero (Information War), prosegue altresì significativamente attraverso la rivisitazione dissacrante dei nuovi luoghi formali delle credenze illusorie, delle false certezze, delle libertà autorizzate, che pongono con divertita levità, in evidenza in tutta la loro cedevolezza. L’approccio adottato resta, come sempre, quello ironico e disincantato di un bambino che gioca esente da pregiudizi e conformismi, disponendo, secondo le sole proprie regole e senza discrimini alcuno, immagini simboliche. Vale la pena di porre l’accento sul suo “modus-operandi”, perché il gioco diviene quel procedimento spiazzante grazie al quale ogni più canonico segnale risalente alle versioni ufficiali di una realtà molto spesso illusoria e tuttavia sempre istituzionalizzata, finisce per apparire beffardamente grottesca, financo banale, se non addirittura inutile. Ogni visione e credenza consumistica, ogni nuova forma di superstizione, passati sulla tela, vengono così a porsi alla vista (proprio come nella celebre fiaba), in tutta la loro ridicola nudità. Così è, quando lo vediamo sorvolare i territori del pensiero, ed i frutti corrotti delle speculazioni filosofiche, riportando come filiazione del superomismo nietzschano un Olimpo di eroi fumettistici (tutt’altra cosa dallo scaturire nei deliri razziali del secolo scorso, ma che molto hanno a che vedere con le velleità sconfitte di un’esistenza che vuole seppellire nel sogno messianico del mito crudezza e precarietà). Quando ci porta alle foci del pensiero scientifico, nel mare delle folle, nei suoi addentellati sociologici, per cogliere gli aspetti più grotteschi di un confronto improprio, in uno scenario che vede (è il caso del dibattito sull’evoluzionismo) interessi politici ed ideologici cercare di farsi strada populisticamente tra le masse, nella premura di mantenerne il controllo (tipico dei poteri, oggi come ieri) e che sposta la contesa tra i meandri del caos urbano, dove corrivi uomini-sandwich pongono battute argute, manifestando il ruolo delle masse di portare le idee, ma forse non quello di capirle, in un teatro in cui il pensatore vero è gettato nell’arena popolare in pasto ad una pilotata superficialità. Ancora, quando ci mostra la parodia del sogno tecnologico (sulla scorta di un filone letterario fantastico scaturito da un’ormai lontana America postbellica), popolando d’improbabili macchine del tempo il traffico di un futuro pervaso da una dinamica inquietudine metafisica. Infine, nella rivisitazione cinica e disincantata delle “pin up girls” anni ’50, riproposte ora come conturbanti sirene dal fisico statuario e provocante di un sogno erotico a tratti morboso, ma sempre straniante, il cui sguardo immoto, la cui vacuità espressiva, accentuano i toni di un immaginario onirico attanagliato, come le protagoniste, dalle frustrazioni di un vuoto esistenziale. Il percorso passa oltre, per immagini d’immagini, visioni (questi, in ultima analisi sono i termini che meglio possono descrivere tracce visive e contenuti). Potremmo anche addentrarci più a fondo sulle opere e le loro implicazioni ma, suppongo che questo sia un compito fuorviante, perché nonostante l’innegabile ricchezza di argomenti, esse non sono destinate a speculazioni, in quanto organiche ad una fruizione visuale. Ci si rende conto, infatti, anche senza una solida base culturale, che per ogni elemento di questa serie pittorica, si attua una convergenza tematica che, benché composita, è tuttavia godibile nel suo insieme estetico. Se ogni dipinto valga da considerarsi davvero alla stregua del brano di un discorso, lo è ancor più – se si vuole – come tappa di un viaggio; e di una tappa reca in sé il carattere transitorio che l’autore, Massimo Balestrini, volutamente conferisce, lasciando allo spettatore la scelta di saggiarne l’intrinseca portata, poiché il gioco deve proseguire. Questo fa parte del gioco.

A.L. Raglio

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