FRAMMENTI di Massimo Balestrini

Giugno/Luglio 2010 – L’enfasi sfolgorante di un mondo opaco.

Qualcuno sostiene che chiunque abbia mai visitato una esposizione di Massimo Balestrini sa che l’unico modo per non restare colpiti da ogni sua opera è voltarle le spalle, potrei concordare. Nei suoi dipinti troviamo racchiusa, dietro un’ apparente semplicità narrativa (nei dettami di una figurazione affatto formale) una ricca complessità strutturale, carica di significazioni. In essi lo spazio visuale risulta affollato, intimamente chiassoso, anche quando non venga pletoricamente animato dalla consueta fitta mescolanza di oggetti e figure dal vario peso referenziale, solitamente incastonate in un caos dinamico suscitato e governato dalla malizia dell’ abilità tecnica, manuale, oltre che dalla organizzazione complessiva dell’immagine. Vediamo campeggiare sulle tele grandi panorami metropolitani, dal respiro circense; vestali sconsacrate abbandonate nel loro sordido deliquio esistenziale; e scene, anche di equivoca quotidianità, consumarsi nell’anonimato di interni inquadrati con taglio cinematografico. Tutte visioni sostenute dall’incastro di frammenti di realtà, e di un “vissuto”, ricomposti e rianimati dal gioco di un delirio lucido e ludico, organici ad una esperienza che pare vivere solamente nel sogno, o nel pensiero ironico di una follia gaudente, svincolata dalle gravità esistenziali. Ma in questo non si coglie nulla di rassicurante, nè di paradisiaco, semmai un sentore di contraffazione – tipicamente contemporanea – di tutto ciò che è armonico ed ideale, col vagheggiamento di un’ Arcadia plastificata e fissata nell’anelito al tecnologico, all’artificiale, e nella pencolante attuale estetica dell’ordinarietà, rispondente ad una mitologia americanista in cui intravedere il ribollente laboratorio del futuro prossimo. Ogni rappresentazione è sottesa però all’intento di coinvolgere l’osservatore, guidandone l’attenzione, oltre il preambolo dell’ esperienza estetica, fino al labirinto dell’ ambiguità comunicativa, sulla traccia onnipresente di quella corrispondenza biunivoca che lega il significante al significato, basi imprescindibili di ogni forma di linguaggio. E’ forse quest’ultimo il livello di lettura che davvero rende interessanti queste opere, sulle quali l’occhio non può fare a meno di indagare, ed indugiare, alla ricerca del particolare, del dettaglio, nel consequenziale dipanarsi di correlazioni ed evocazioni, di associazioni psichiche subsuperficiali e di nessi logici concatenati, che lascia all’osservatore, nel passaggio tra contrasti, ambiguità e contraddizioni, un’ inevitabile inquietudine finale, il senso di una domanda frustrata, il retrogusto di una risposta inevasa, quel moto dell’animo destato non di meno dalla pressoché totale assenza davanti a sé di un soggetto vero e proprio che, anche quando dichiarato, si annulla in definitiva nel serraglio compositivo, o nella vocazione nichilista. Di nuovo, notiamo, sulla tela, il pretesto per rilanciare, sia pure con divertita levità, i turbamenti di una crisi concettuale e radicale della comunicazione e del suo senso, e proprio nell’epoca nostra della comunicazione; un esperimento _ si può dire _ semiologico, volto certo a confondere, fino a far riflettere, lasciando in questo esito piena responsabilità al fruitore. Proprio mediante questo processo interpretativo e rappresentativo, la realtà raccontata nel dipinto si trasfigura in una dimensione che molto ha del surreale; perché la metamorfosi dei contenuti viene adempiendosi con la semplice sottolineatura dei particolari vaghi e sfuggenti che rendono straniante quanto almeno simbolica l’oggettistica del quotidiano, del quieto vivere; ed anche l’aspetto più banale e contingente viene a fissarsi, ed ammantarsi di un tenue, ambiguo mistero. Da questa sintassi comunicativa rivoltata nei propri cardini scaturisce tutto quel mondo immaginifico e visionario che poco ha a che vedere col realismo della forma, ma tanto più col surrealismo della sostanza.

Ferdinado Pirro

 

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