Un artista significativo da un punto di vista stilistico: Diego Burigotto che dipinge oramai da anni: nasce a San Donà di Piave (Ve) il 17/05/1962 anche se vive e lavora a Desenzano del Garda. Ha frequentato l’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia esponendo in numerose mostre pensando al GameC di Pisa, al Museo Diocesano di Gubbio sino alla Crypt Gallery di Londra e poi a Roma, a Pescara, Napoli, Treviso, Padova, Venezia, Cremona, New York e altre. La forza primigenia della materia che popola le idee attraverso la quale avviene l’incontro e lo scontro tra lo spirito e la materia, nella perfetta corrispondenza tra Micro e Macro Cosmo consentendo così ai metalli disseminati sulla terra di divenire Oro. Torniamo così ad una forma espressiva primitivista secondo la quale la matrice Pop riporta in luce le novecentiste forme Street traducendole in qualcosa di nuovo, immediato, concettuale. Parliamo infatti di una forma di arte materico-figurativa in senso Pop appunto, in cui la potenza espressiva del gesto ci immerge direttamente nella Street-Art affondando conseguentemente nelle dimensioni futuristiche di Boccioni sino alle sperimentazioni avanguardistiche di Fernand Léger, segnando un grado specifico di emozione generata dal senso della memoria spinta oltre le proprie conseguenze. L’esteriorità in questo senso traduce l’universo interiore. Da qui tutto comincia convertendo gli aspetti più intimi del suo percorso individuale in qualcosa di unico e tangibile. L’aspetto istintivo, diretto, immediato dei suoi lavori costituiscono quindi la tavolozza ideale attraverso la quale l’artista esprime il senso delle cose: una sorta di linguaggio universale, ancestrale, primitivo che ha segnato la prima tappa stilistica del suo percorso. Attraverso gli anni ha maturato una linea interpretativa della figurazione astraendola progressivamente. Ecco venire alla luce figure che richiamano la realtà pur se alla radice resta forte un’impronta libera, astratta o addirittura informale. Razionalità ed irrazionalità si compenetrano come lo spirito e la materia, come il Micro ed il Macro. Esattamente come la Quintessenza in cui veniva accelerato il percorso naturale delle cose intervenendo mediante una forma di trasmutazione e combinazione. Presupposti che ci mettono in diretta connessione con l’artista veneto: osservando i suoi lavori si avverte la sensazione di penetrare lo spazio attraverso la materia e rifrangerlo concettualmente sino al proprio annientamento. Il tempo perde le proprie connotazioni e le dimensioni si dilatano incommensurabilmente. In questo senso il fruitore compie l’operazione ulteriore di rilettura mediante la quale si aggancia a queste piattaforme ideali per elaborare le proprie disamine intellettuali. Ma partono dal cuore. Burigotto genera contenitori formali in cui le cromie dilatano gli spazi secondo un percorso emotivo proprio di quel ricordo scatenante che traduce le sensazioni pure in atti fisici che attraversano gli spazi siderali. In questo stato di cose la razionalità e l’irrazionalità abitano lo stesso contesto, la stessa opera, la stessa persona. Ecco l’origine della dualità: Luce ed ombra, Vita e morte. Il nostro cervello è binario e la radice della nostra logica è determinata dalla consapevolezza del codice binario che permea i risvolti del linguaggio informatico e della realtà materiale in cui si trova l’uomo contemporaneo. In questo senso sembra di ritornare al Simbolo celato dal fluire dei colori in moti dell’animo rimarcando la strada degli Archetipi espressa da Jung: ma l’emozione dell’impatto spontaneo resta forte scavalcando qualsiasi forma di interpretazione od analisi razionale.

Andrea Domenico Taricco