L’uomo per sua natura rifugge il vuoto.

L’horror vacui che per sua tendenza sembra essere in antitesi alla vita stessa, diventa il motore generativo delle opere di Balestrini. Un’esplosione siderale di immagini ad altissima fibrillazione cromatica trasmuta le tele in campi quantici di energia. É necessario un tempo per superare la destabilizzazione iniziale e orientarsi in questo magma pulsante che riverbera come una macchia solare. Il tempo necessario per abdicare a una visione stereoscopica e mettere a fuoco quali siano i veri soggetti su cui porre l’attenzione: dark lady bellissime e sensuali, quinte scenografiche di appartamenti lussuosi e decadenti, metropoli tentacolari tempestate di lisergiche luci al neon. Di certo sappiamo che le ossessioni sono quelle tipiche della società di massa: sesso, soldi e potere. Le stesse che Richard Hamilton in Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? presentò al mondo nel 1956 alla mostra This is Tomorrow,  intercettando lo zeitgeist della contemporaneità imminente. Mentre in quel caso gli stereotipi di genere maschili e femminili si incarnavano nella figura del culturista e della pin up, Balestrini ci mostra esseri dalla pelle azzurra e satinata, avatar iridescenti di un mondo prossimo venturo, archetipi di una nuova umanità.  Ma è la notte, lo spazio urbano, che rendono possibile questo trasformazione, questo salto evolutivo della specie, uno spazio dove passato e futuro coesistono, e i personaggi,  inesorabilmente costretti a consumare gli stessi drammi e gli stessi peccati di sempre, condividono i loro segreti in spazi intimi e silenziosi, non alieni a solitudini hopperiane. Una sorta di nigredo alchemica dove uomini e donne sembrano “aspettare in silenzio la catastrofe della loro personalità per sembrare di nuovo belli, interessanti e moderni”, citando la poesia Mayakovsky di Frank O’Hara. E sempre di archetipi si può parlare se ci si sofferma sulla tempesta  di segni, simboli e messaggi che, a un altro livello di manifestazione, sovrascrive e permea le scene sottostanti.  Un intricato reticolo didascalico che passa per i messaggi delle luci al neon,

irrompe  attraverso le onomatopee e i baloon dall’estetica pop e si fonde senza soluzioni di continuità in immagini traslucide di una levità quasi olografica, simili a vecchie decalcomanie, che come meduse sembrano salire a galla direttamente dall’inconscio dei personaggi. O forse da un inconscio collettivo che trova il suo elemento accomunante nel primitivismo dei disegni infantili, quasi a mostrarci l’epifania di quegli stati dell’io oggetto d’indagine dell’analisi transazionale. Appare la narrazione di un livello immanente, che sembra sgorgare dal mondo interiore dei personaggi, che soggettivizza quella realtà percepita che altrimenti non sarebbe possibile né mostrare, né condividere. Una sottrazione  – quella del segreto – che da immanente Balestrini rende manifesta: i pensieri, le emozioni, gli umori, celati e racchiusi dalla pelle che definisce la nostra identità. Balestrini scoperchia questo mondo e come in una sorta di vaso di Pandora,  il segreto irrompe all’interno della realtà fenomenica. Le barriere saltano una dopo l’altra e le realtà si compenetrano. Saltano anche le gerarchie di senso, in una paratassi che a volte afferriamo, a volte sfugge, ma richiama se stessa attraverso una giungla di collegamenti, rimandi, ricorrenze e significati, in una fruizione che ci sollecita ad una continua ricerca transderivazionale. Le opere di Balestrini diventano crocevia di universi paralleli e viene lecito chiedersi quante realtà possano coesistere contemporaneamente. Se nelle culture sciamaniche, ciò che segreto, taciuto e  rimosso è causa della malattia spirituale, allora le opere di Balestrini possono essere considerate opere di guarigione.  Ma come la guarigione passa per una crisi e la sua successiva catarsi, anche la fruizione delle opere di Balestrini ci costringe ad uno shock da communication overload,

prima di portarci in un luogo dove passato, futuro e le parti più antiche e moderne di noi coesistono, e il conflitto di separazione imposto dalla società si annulla. Perché fondamentalmente il peccato che  Balestrini ci mostra è uno e uno soltanto: l’innocenza perduta.

Renzo Saffi